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LA TUTELA DEI DATI SENSIBILI ED IL DIVIETO DI DIFFUSIONE NELLA GIURISPRUDENZA PIU’ RECENTE

LA TUTELA DEI DATI SENSIBILI ED IL DIVIETO DI DIFFUSIONE NELLA GIURISPRUDENZA PIU’ RECENTE

Il D.lgs. 196/2003 (di seguito Codice Privacy), sulla scia dei principi espressi nella nostra Carta Costituzionale1, fornisce una tutela rafforzata a quei dati che riguardano gli aspetti più intimi della vita di un individuo e che, se non trattati secondo i principi di liceità e correttezza, potrebbero arrecare grave danno all’interessato.

La classificazione dei dati personali, approntata dallo stesso Codice Privacy all’art. 4, riflette un sistema di tutele graduate in ragione della natura del dato e della sua capacità di incidere nel concreto vivere degli interessati.

I dati personali comuni identificano un individuo tramite ad esempio il nome ed il cognome, quelli sensibili rivelano gli orientamenti politici e sindacali, le convinzioni religiose, mentre sono considerati “supersensibili” i dati idonei a rilevare lo stato di salute e la vita sessuale delle persone.

La particolare tutela riconosciuta ai dati idonei a rivelare lo stato di salute è sancita dallo stesso Codice Privacy il quale ne vieta la diffusione, ovvero la divulgazione al pubblico o, comunque, ad un numero indeterminato di soggetti (ad esempio, è diffusione la pubblicazione di dati personali su un quotidiano o su una pagina web).

Secondo quanto stabilito dal Codice Privacy, i dati “supersensibili” devono essere trattati solo in forma anonima e mediante codici identificativi. È quindi pacifico che chiunque effettui il trattamento di tali dati, debba operare a maggior ragione con diligenza e perizia adottando ogni idonea misura di sicurezza2.

Il Garante ha posto la sua attenzione sulla diffusione dei dati “supersensibili” in svariate occasioni; nelle Linee Guida in materia di trattamento di dati personali per finalità di pubblicità e trasparenza sul web (provv. 15 maggio 2014) ha chiarito che “ è vietata la pubblicazione di qualsiasi informazione da cui si possa desumere, anche direttamente, lo stato di malattia o l’esistenza di patologie dei soggetti interessati, compreso qualsiasi riferimento alle condizioni di disabilità, invalidità o handicap fisici e/o psichici”.

Ma vediamo più nel concreto cosa ha stabilito la Corte di Cassazione in merito ai trattamenti di dati sensibili, nel caso in cui questi siano stati diffusi senza essere anonimizzati.

Già con la sentenza n. 10947 del 19 maggio 2014, la I Sez. della Cassazione Civile aveva consolidato il principio per il quale deve essere accordata particolare tutela ai dati c.d. sensibili, in quanto in questi convergono la tutela della salute e quella della riservatezza3.

Nel caso in questione la Suprema Corte ha statuito che chi beneficia di un’indennità ex L. 201/1992 per aver contratto una malattia, a causa di errore medico, ha diritto al risarcimento del danno dovuto ad illegittimo trattamento dei dati sensibili, qualora la causale riportata nel bonifico bancario faccia riferimento a dati idonei a rivelare il suo stato di salute.

Secondo il dispositivo della sentenza in commento, la Regione e la Banca, “avrebbero dovuto rispettivamente diffondere e conservare i dati stessi, utilizzando cifrature o numeri di codice non identificabili.”, il riferimento nella causale del bonifico alla l.201/1992, si è quindi tradotto in un illecito trattamento di dati personali legittimante, quindi, la richiesta di risarcimento del danno da parte del ricorrente.

Non più di un mese fa è stata pubblicata la sentenza della Cassazione Sez. I n.10512 del 20 maggio 2016, con la quale gli Ermellini condannano la Corte dei conti per illecita diffusione di dati sanitari.

In breve, il ricorrente aveva richiesto al Tribunale di Palermo la condanna al risarcimento dei danni in capo alla Corte dei Conti ovvero alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per aver illecitamente diffuso propri dati sanitari. Il ricorrente difatti, aveva avanzato ricorso alla corte dei Conti in materia pensionistica e, successivamente, aveva visto pubblicata online la sentenza contenente dati riguardanti la propria invalidità.

La Suprema Corte, nel testo nella sentenza, ha effettuato una comparazione tra il principio, stabilito dall’art. 22 del Codice privacy, dell’assoluto divieto di diffusione dei dati relativi allo stato di salute e l’assunto dell’art. 52, il quale disciplina le modalità di diffusione delle sentenze e dei provvedimenti per finalità di informativa giuridica.

Ebbene, da tale valutazione la Cassazione ne ha dedotto che il divieto di diffusione di dati sensibili non ammette deroghe e prevale in ogni caso sull’interesse alla pubblicazione dei provvedimenti giurisdizionali a scopo di informativa giuridica.

La Suprema Corte ha, altresì, individuato un ulteriore argomentazione a favore della tesi del ricorrente nelle “Linee Guida sul trattamento dei dati nella riproduzione di provvedimenti giurisdizionali” del 02 dicembre 2010. Il Garante Privacy in tale documento ha fornito chiarimenti in merito alla opportunità di anonimizzare i provvedimenti, chiarendo che l’oscuramento dei dati degli interessati “non pregiudica la finalità di informazione giuridica sottesa alla diffusione di un provvedimento” ed ha posto a carico dell’Autorità giudiziaria, la attenta valutazione di tale profilo.

Per ciò che concerne l’aspetto risarcitorio della vicenda in esame, spetterà al giudice del rinvio stabilirne l’entità, valutando nel concreto le conseguenze pregiudizievoli dell’illecito trattamento, ricadendo però su colui che agisce in giudizio la prova del danno in concreto subito, in quanto la sola illiceità del trattamento non è sufficiente a dar luogo all’obbligazione risarcitoria.

E’ indubbio che la quantificazione in denari del danno non è di semplice definizione, non sempre il danno subito ha un valore economico, come nel caso del risarcimento per danno biologico o esistenziale. La Cassazione con la sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014, ha assunto il danno non patrimoniale quale categoria generale, e statuito che, in ossequio al principio della integralità del risarcimento, si deve tener conto di tutte le lesioni degli interessi della persona, di natura non prettamente economica, protetti dall’ordinamento.

L’utilizzo sempre maggiore di strumenti informatici e nuove tecnologie, come si è visto nelle due sentenze citate, sta incidendo in maniera sempre maggiore sulla tutela dei dati. Il trattamento di dati su larga scala è effettuato sia dai privati sia dagli enti pubblici, ed entrambe le categorie devono operare, soprattutto qualora ci si trovi davanti dati “supersensibili”, seguendo i dettami del Codice Privacy nonché dei provvedimenti del Garante.

Si tenga sempre a mente che le sanzioni in caso di illecito trattamento prevedono la reclusione sino a 3 anni, mentre nel caso di violazione delle misure di sicurezza è prevista un’ammenda che può arrivare nel massimo a centoventimila euro.

Ma le imprese e le pubbliche amministrazioni non sono lasciate sole nel difficile compito di trattare lecitamente i dati sensibili: per assisterle il Regolamento Europeo 2016/679 ha introdotto la figura del Data Protection Officer. Il Regolamento Europeo, all’art.37, stabilisce che tale figura sarà obbligatoria, a partire dal Maggio 2018, per tutti i soggetti la cui attività principale consiste nel trattamento, su larga scala, di dati sensibili, relativi alla salute o alla vita sessuale, genetici, giudiziari e biometrici.

Da questa breve analisi si può evincere come da un lato il trattamento dei dati sensibili richieda particolari tutele e il non osservarle può avere risvolti pesanti sul versante sanzionatorio, ma dall’altro sicuramente con l’ausilio del Data Protection Officer il compito dei titolari del trattamento sarà in gran parte semplificato.

1L’art. 3 della Costituzione stabilisce che non possono essere fatte distinzioni in base al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche ed alle condizioni personali e sociali.

2Le uniche deroghe presenti nel Codice Privacy riguardano il trattamento effettuato dagli esercenti professioni sanitarie e dagli organismi sanitari pubblici, trovando applicazione in caso di trattamento effettuato per la tutela della salute dell’interessato. L’art. 76 del Codice Privacy prevede modalità semplificate per il consenso, il quale può essere manifestato anche oralmente in un’unica dichiarazione

3Al riguardo Cass. n. 19635 del 2011 e Cass. n 18980 del 2013.