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Le intercettazioni e le registrazioni audio-video di conversazioni: differenze ed utilizzabilità in giudizio

Le intercettazioni e le registrazioni audio-video di conversazioni: differenze ed utilizzabilità in giudizio

 

Sempre più di frequente, al fine di difendersi in giudizio, si ricorre all’utilizzo di dispositivi tecnologici per registrare conversazioni a cui si partecipa. La domanda dunque sorge spontanea: si possono utilizzare nel processo le prove così ottenute?

La sentenza della Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione del 10 giugno 2016 n. 24288, muovendo dal dispositivo delle Sezioni Unite n. 36747/2013, conferma un orientamento ormai consolidato degli Ermellini, sostenendo la spendibilità in sede giudiziaria della registrazione di una conversazione effettuata da uno dei presenti.

Nel bilanciamento tra la tutela della privacy dei partecipanti alla conversazione e la di tutela di un diritto, è quest’ultima a prevalere, ovviamente al verificarsi di determinate condizioni.

Prima di ogni altra argomentazione, è utile distinguere tra intercettazioni e registrazioni. Come noto, le intercettazioni di conversazioni tra presenti sono utilizzabili solo se autorizzate da decreto motivato del giudice per le indagini preliminari. Mentre le registrazioni, cui ci stiamo riferendo, sono esclusivamente quelle effettuate da un privato di sua iniziativa. Inoltre, una delle caratteristiche principali delle intercettazioni è l’essere effettuate da soggetti estranei alla conversazione; al contrario, la registrazione tra presenti è effettuata da uno dei soggetti che vi partecipa attivamente.

Non sono quindi paragonabili ad intercettazioni le registrazioni di conversazioni realizzate da uno dei partecipanti al dialogo, considerato che difetta, in tale circostanza, l’occulta percezione del contenuto discorsivo da parte di soggetti terzi, concretizzandosi, semplicemente, la memorizzazione fonica di notizie facoltativamente fornite e lecitamente apprese, con l’effetto che le registrazioni su nastro magnetico possono essere legittimamente acquisite durante il processo quali prove documentali.

La legittimità della registrazione sta proprio nell’essere parte attiva della conversazione registrata; difatti “chi dialoga accetta il rischio che la conversazione sia registrata”1. In altri termini, partecipando ad un dialogo con un’altra persona, si è consapevoli della possibilità che questo venga documentato tramite registrazione. Tale attività, per la giurisprudenza, altro non è che la memorizzazione fonica di un fatto di cui si è stati parte e come tale, considerata prova documentale spendibile in sede giudiziaria ai sensi dell’art. 234 c.p.p., oltreché in sede civile.

Diverso è il caso in cui la registrazione, pur eseguita da un privato durante una conversazione, avvenga su indicazione delle forze dell’ordine ed avvalendosi degli strumenti messi a disposizione dalla polizia giudiziaria stessa.

In tale circostanza, sottolinea la Cassazione, “si è ritenuta, invece, l’inutilizzabilità di registrazioni di conversazioni effettuate, in assenza di autorizzazione del giudice, da uno degli interlocutori dotato di strumenti di captazione predisposti dalla polizia giudiziaria”2. La ratio della citata sentenza sta nella necessità di ricorrere esclusivamente a strumenti tipici previsti dalla legge per comprimere un bene garantito dalla Costituzione, vale a dire la segretezza delle comunicazioni. Quindi, un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, rappresentando quella tutela minima, sanerebbe l’inutilizzabilità della prova, rendendone di conseguenza lecita l’acquisizione al processo3.

Altro caso è rappresentato dalla circostanza in cui la registrazione della conversazione venga effettata da un soggetto che vi partecipi per un breve arco temporale4. In altre parole, se la persona che sta registrando si allontana e continua a lasciare attiva la registrazione, ciò che è avvenuto durante la sua assenza non sarà utilizzabile, in quanto non lecitamente captato. In questa circostanza dunque, le prove così acquisite saranno considerate inutilizzabili in quanto ottenute tramite interferenza illecita nella vita privata, punita a norma dell’art. 615 c.p.5, con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Una volta stabilito che la registrazione, effettuata con le modalità su indicate, non integri la fattispecie di trattamento illecito di dati, occorrerà chiedersi se vi siano limiti alla sua diffusione.

La diffusione delle registrazioni è lecita unicamente qualora vi sia il consenso dell’interessato o si agisca per tutelare un diritto, ad esempio nel caso in cui si faccia ascoltare al proprio avvocato o alle forze dell’ordine al fine di sporgere denuncia. La registrazione può essere utilizzata non solo per difendere un proprio diritto, ma anche quello di un terzo; sarà il giudice ad acquisirla quale prova documentale ed a valutarne l’attendibilità.

Con l’auspicio di aver contribuito a sintetizzare una tematica complessa e continuamente all’attenzione della giurisprudenza, diamo appuntamento ad un prossimo contributo per l’approfondimento della fattispecie di reato di cui all’art. 615-bis c.p., in particolare connessa ai reati aziendali.

Per saperne di più leggete questo interessantissimo articolo.

5 A condizione che la registrazione avvenga nei luoghi indicati dall’art. 614 cp, vale a dire nell’abitazione o in altro luogo privato di dimora.