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I segreti aziendali e la tutela della normativa europea e nazionale

I segreti aziendali e la tutela della normativa europea e nazionale

L’ 8 giugno 2016 si è giunti alla definitiva approvazione della Direttiva UE 2016/943 con il preciso scopo di armonizzare la legislazione degli Stati Membri in materia di protezione dei segreti aziendali, beni immateriali dal valore competitivo fondamentale, spesso non adeguatamente valutati e protetti dalle aziende stesse.

L’attuale normativa nazionale, attraverso il Codice della Proprietà Industriale (CPI), tutela “le informazioni aziendali e le esperienze tecnico-industriali, comprese quelle commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore”1, considerato quale bene immateriale “non titolato”. Sono dunque oggetto della tutela le informazioni aziendali sia relative ad un cosiddetto know-how tecnico- industriale sia quelle di natura commerciale quali liste di clienti e forniture, analisi commerciali e politiche e prezzi relativi ad offerte.

In base al sopracitato CPI, quali sono i requisiti essenziali di un segreto aziendale giuridicamente tutelabile?2

In primis, esso deve risultare effettivamente segreto tale da non risultare “generalmente noto o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore”, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo. Il fattore della “segretezza” è di fondamentale importanza, data la sua natura relativa e non assoluta. Infatti, cosi come anche riportato dalla recente Direttiva sopramenzionata, l’acquisizione di un segreto commerciale è considerata lecita qualora lo stesso sia ottenuto con una di queste modalità:

a) scoperta o creazione indipendente;

b) osservazione, studio, smontaggio o prova di un prodotto o di un oggetto messo a disposizione del pubblico o lecitamente in possesso del soggetto che acquisisce le informazioni, il quale è libero da qualsiasi obbligo giuridicamente valido di imporre restrizioni all’acquisizione del segreto commerciale;

c) esercizio del diritto all’informazione e alla consultazione da parte di lavoratori o rappresentanti dei lavoratori, in conformità del diritto e delle prassi dell’Unione e nazionali;

d) qualsiasi altra pratica che, secondo le circostanze, è conforme a leali pratiche commerciali.3

Ulteriore requisito necessario alla tutela giuridica di un segreto aziendale è il valore economico dello stesso. In altri termini, la segretezza di un’informazione aziendale può essere legalmente tutelata nel momento in cui essa realizza un margine di competizione in favore del detentore.

Terzo ed ultimo fattore necessario alla tutela giuridica di un’informazione aziendale è l’esistenza di “misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete”4. È dunque necessario che tali misure di sicurezza siano proporzionate alla tutela della riservatezza in base al rischio di un’acquisizione da parte di un concorrente.

In tale contesto, la nuova Direttiva comunitaria si inserisce quale mezzo necessario al compimento di un’armonizzazione legislativa in materia di tutela del segreto aziendale fra gli Stati Membri UE.

La Direttiva, in particolare, prevede eccezioni alla tutela del segreto industriale:

  • protezione delle indagini condotte dai media, sono previste specifiche misure di tutela delle fonti giornalistiche di inchiesta;

  • tutela dei lavoratori dipendenti nell’ambito della mobilità aziendale, riguarda i lavoratori che acquistano in modo onesto esperienze e competenze durante il periodo lavorativo, nonché la divulgazione dai lavoratori ai loro rappresentanti nell’ambito dell’esercizio delle loro funzioni, nel caso in cui la divulgazione sia necessaria;

  • rivelazione di un’attività illecita, attuata agendo in buona fede e con l’obiettivo di proteggere l’interesse pubblico;

  • tutela di un interesse legittimo riconosciuto dal diritto dell’Unione.

Gli Stati Membri UE dovranno obbligatoriamente definire misure, procedure e mezzi di ricorso in modo da permettere la disponibilità di mezzi di ricorso di diritto civile contro l’ottenimento, l’utilizzo e la diffusione illecita di segreti commerciali. I detentori di segreti aziendali, saranno quindi legittimati alla richiesta di danni derivanti dall’appropriazione illecita di documentazione e materiali contenenti il segreto.

La Direttiva dovrà necessariamente essere implementata dagli Stati Membri entro il 9 giugno 2018. Nonostante ciò, preme sottolineare il carattere self-executing della normativa: la giurisprudenza comunitaria consente che la direttiva self-executing possa produrre effetti diretti negli ordinamenti statali, per ciò che attiene gli obblighi precisi e incondizionati previsti a carico dello Stato, dando vita dunque a diritti soggettivi dei cittadini tutelabili davanti al giudice nazionale, qualora la direttiva non sia stata implementata dagli Stati Membri entro la scadenza fissata

In tal modo, si mira a tutelare in maniera fattiva i diritti dei cittadini dinanzi al tribunale nazionale. Lo Stato Membro potrà dunque risultare responsabile per il mancato recepimento della Direttiva e conseguentemente essere obbligato al risarcimento dei danni subiti dagli interessati a tale inadempimento.

In sostanza, il nuovo strumento normativo avrà l’effetto di garantire l’armonizzazione giuridica necessaria a garantire adeguate condizioni di parità competitiva ad ogni impresa europea, allo sviluppo di attività di ricerca ed innovazione, cosi come ad una tutela efficace e omogenea del diritto alla segretezza aziendale e commerciale quale bene immateriale ma di inestimabile valore.

1 Codice della Proprietà Industriale, Art. 98, comma 1 http://www.uibm.gov.it/attachments/codice_proprieta_industriale.pdf

2 Codice della Proprietà Industriale, Art. 98, comma 1 http://www.uibm.gov.it/attachments/codice_proprieta_industriale.pdf

3 Direttiva UE 2016/943 dell’8 giugno 2016, Art.3, comma 1 http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32016L0943&from=IT

4 Codice della Proprietà Industriale, Art. 98, comma 1 http://www.uibm.gov.it/attachments/codice_proprieta_industriale.pdf

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI E REATI INFORMATICI: TUTELARE L’AZIENDA RISPETTANDO LA NORMATIVA PRIVACY

RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI E REATI INFORMATICI: TUTELARE L’AZIENDA RISPETTANDO LA NORMATIVA PRIVACY

A decorrere dalla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, avvenuta con la promulgazione della Legge 18 marzo 2008, n. 48, l’impatto dei crimini informatici compiuti all’interno delle aziende, stigmatizzati nella disciplina che fa capo alla Legge 23 dicembre 1993 n. 547, non produce più solo effetti con riguardo ai profili di responsabilità penale personale dell’autore del “crimine”, ma determina un’altrettanta severa forma di responsabilità amministrativa in capo alle aziende, regolata da una norma introdotta nell’ordinamento giuridico dal 2001 e che va sotto il nome di “Decreto 231”.

Si tratta di un terzo genere di responsabilità, detta anche “para-penale”, la quale prevede che gli enti/società possano essere “imputati” in un processo penale; si tratta, in definitiva, di una responsabilità «diretta», la quale deriva da un fatto proprio dell’ente ed è autonoma rispetto a quella dell’autore materiale del delitto.

In breve, il D.lgs. 231/2001 prevede che l’ente risponda, in aggiunta alla persona fisica che ha commesso il reato, se:

  • è stato commesso uno dei reati presupposto, elencati agli articoli che vanno dal 24 al 26;

  • il reato è stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente1 da soggetti qualificati (posizione apicale o sottoposti all’altrui direzione2);

  • l’ente non ha predisposto un modello organizzativo effettivo, valido ed efficace per la prevenzione dei reati

Tra gli enti destinatari della normativa, oltre quelli dotati di personalità giuridica in forma societaria e pluripersonale, si aggiungono, secondo gli orientamenti giurisprudenziali più recenti, anche le imprese individuali3 nonché le associazioni anche prive di personalità giuridica.

L’autorità competente ad esercitare l’azione penale nei confronti dell’ente è il Pubblico Ministero, il quale, ai sensi dell’art. 59 comma 1 del D.lgs. 231/01, effettua la contestazione dell’illecito in uno degli atti indicati dall’art. 405 del Codice di Procedura Penale4.

Le sanzioni5 previste (pecuniarie, interdittive, la confisca e pubblicazione della sentenza) sono applicate dallo stesso giudice competente per il reato presupposto, il quale le irroga mediante decreto o sentenza di condanna.

Le ripercussioni per le società, qualora dovessero essere chiamate a rispondere ai sensi del citato decreto 231, sono evidentemente di grande rilevanza, rischiando di compromettere l’esistenza stessa dall’ente.

Ed è per questo che il Legislatore ha voluto, altresì, prevedere delle esimenti che si applicano qualora:

  1. La società abbia adottato, preventivamente rispetto alla commissione dell’illecito, modelli organizzativo-comportamentali e di gestione diretti ed astrattamente idonei a prevenire la commissione di detti reati;

  2. il reato sia stato commesso dall’autore materiale nel suo esclusivo interesse o di terzi (plausibile specie se ad agire sia stato un soggetto sottoposto alla direzione o alla vigilanza di soggetti in posizione apicale).

Proprio come riportato all’inizio della presente dissertazione, la Legge n. 48/2008 ha ampliato l’area dei reati presupposto in presenza dei quali scatta la responsabilità degli enti: all’art. 24-bis6, figurano alcuni dei comportamenti che rappresentano minacce alla sicurezza informatica e che, nel nostro ordinamento, sono qualificati come condotte penalmente rilevanti.

La sicurezza informatica si interfaccia con la tutela dei dati personali al punto che, lo stesso Codice Privacy (D.lgs. n.196/03), in tema di tutela dei dati personali, stabilisce obblighi specifici e generali che si sostanziano nella necessità, da parte del titolare del trattamento dei dati, di implementare una serie di misure minime di sicurezza identificate direttamente dalla normativa, oltreché misure idonee e preventive da identificare in base ad un’accurata analisi dei rischi.

Le misure minime di sicurezza, di cui all’Allegato B al Codice Privacy, stabiliscono il livello minimo di protezione dei dati e la loro adozione è conditio sine qua non per lo svolgimento delle attività di trattamento dei dati7.

All’interno dell’azienda, al giorno d’oggi, i rischi correlati al crimine informatico sono di grande rilevanza; si pensi che la maggior parte dei processi aziendali sono informatizzati e per di più esternalizzati; l’assistenza tecnica od i servizi di cloud computing ne sono un chiaro esempio.

Difatti, il d.lgs. 231 prevede che tra l’autore materiale del reato e l’ente non debba intercorrere necessariamente un rapporto di lavoro subordinato, rilevando la subordinazione alla direzione o vigilanza di uno dei soggetti in posizione apicale, la quale è rinvenibile anche nei rapporti con i collaboratori esterni/consulenti.

Questi ultimi devono essere nominati responsabili del trattamento, come nel caso dell’amministratore di sistema in outsourcing, del fornitore di servizi cloud o del manutentore del sito web aziendale e come tali devono attenersi, secondo quanto prescritto dallo stesso Codice Privacy all’art. 29, alle istruzioni loro fornite dal titolare. È rinvenibile in tali rapporti quel vincolo di subordinazione alla vigilanza e direzione dei soggetti apicali, richiesto dall’art. 5 del D.lgs. 231, per l’insorgere della responsabilità amministrativa dell’ente.

In particolare, le aziende devono valutare ex ante l’affidabilità di tali consulenti/fornitori nonché prevedere, nei contratti conclusi con gli stessi, un’apposita clausola che regoli le conseguenze della violazioni alle norme del D.lgs. 231/01.

La prevenzione dei reati informatici, al fine di evitare di incorrere nella citata responsabilità, passa attraverso la predisposizione di misure di sicurezza fisica, logica ed organizzativa. La sensibilizzazione della dirigenza e dei dipendenti, la loro formazione, le azioni di monitoraggio ed audit sono solo alcuni dei punti chiave per assicurare l’azienda dalle gravi ripercussioni previste dal D.lgs. 231/01.

Per difendersi l’azienda ha vari strumenti che riducono il rischio di commissione di reati ed illeciti, i più efficaci dei quali sono l’adozione di un valido ed efficace modello di organizzazione e gestione e di una privacy policy.

Il rispetto della normativa privacy, prevedendo l’applicazione di misure minime di sicurezza, consente appunto di prevenire la commissione dei reati presupposti previsti dal D.lgs. 231/01; le policy ed i modelli organizzativi sono efficaci ed assumono valore esimente, solamente se concretamente attuati e se portati a conoscenza di dipendenti e stakeholder.

Tutto quanto sopra esposto si può rinvenire esaminando una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 22313 del 03 novembre 2016 che ha cassato, con rinvio, la sentenza della Corte d’Appello territoriale,

Il caso è stato il seguente: alcuni ispettori, durante una verifica in banca, per accertare il rispetto delle disposizioni interne in materia di uso e sicurezza del materiale informatico assegnato ai dipendenti, rilevavano files potenzialmente dannosi nel pc aziendale in uso ad un dipendente. Pertanto, i dirigenti della società provvedevano ad emettere un provvedimento disciplinare nel quale reclamavano come la condotta del dipendente avesse “esposto la banca ai rischi conseguenti l’acquisizione del proprio sistema informativo di file che potrebbero comportare un coinvolgimento e sanzioni ai sensi del Decreto Legislativo n. 231 del 2001″.

Il caso è di particolare interesse, oltre che per l’attualità e per la forte connessione con i profili di responsabilità amministrativa dell’ente rispetto alla condotta penalmente rilevante del dipendente, soprattutto perché, anche nell’adozione di provvedimenti disciplinari di contestazione di illeciti, l’organo di vertice ha dimostrato consapevolezza di un eventuale coinvolgimento dell’azienda, con conseguenti severe sanzioni a carico della stessa.

In altri termini, se finora si è assistito ad un’inspiegabile ritrosia degli organi di vertice delle aziende (e, con essi, dei dipendenti, dei collaboratori) nel dotarsi di modelli organizzativi identificati nel decreto 231, l’attuale scenario – anche grazie alla laboriosa opera di diffusione di tematiche legate alla prevenzione degli illeciti penali in comparti produttivi – fa ben sperare in un costante e consistente sviluppo della Compliance normativa nei particolari e sensibili ambiti che fanno capo, in particolar modo, ai reati informatici e alla tutela della salute dei lavoratori ritenendo, in tal guisa, “presidiate” le principali aree di responsabilità nei confronti di asset fondamentali di un’azienda.

1 L’evento “vantaggio” fa riferimento alla concreta acquisizione di un’utilità per l’Ente, l’”interesse”, invece, implica soltanto la finalizzazione della condotta illecita, integrante il reato presupposto, verso quella utilità, senza che sia necessario il suo effettivo conseguimento.

2 La nozione di soggetto apicale di un ente viene definita dall’esercizio formale di funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione. Quanto ai dipendenti, non v’è ragione per escludere la responsabilità dell’ente dipendente da reati compiuti da tali soggetti, quante volte essi agiscano appunto per conto dell’ente, e cioè nell’ambito dei compiti ad essi devoluti. In altre parole, con riguardo al rapporto di dipendenza, quel che sembra contare è che l’ente risulti impegnato dal compimento, da parte del sottoposto, di un’attività destinata a riversarsi nella sua sfera giuridica.

3 Sentenza Corte di Cassazione penale sez. III n°15657 /2011 secondo la quale “Poiché è indubbio che la disciplina del D.Lgs. n. 231/2001 si applica alle s.r.l. c.d. ”unipersonali” e che l’organizzazione interna di molte imprese individuali è assai articolata e complessa, una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 1, comma 2, del predetto decreto legislativo porta a includere fra gli enti responsabili di reati commessi a loro vantaggio e nel loro interesse anche le imprese individuali onde evitare disparità di trattamento altrimenti ingiustificate.”

4 Applicazione della pena su richiesta delle parti, giudizio direttissimo, giudizio immediato, procedimento per decreto ovvero richiesta di rinvio a giudizio.

5 La sanzione pecuniaria è determinata dal giudice attraverso un sistema basato su quote: l’importo di una quota va da un minimo di 258 € ad un massimo di 1.549 €. La sanzione pecuniaria viene applicata in un numero non inferiore a 100 quote né superiore a 1000 quote.

Sono sanzioni interdittive: l’interdizione dall’esercizio dell’attività;- la sospensione o la revoca di autorizzazioni, licenze, concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione; l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi;il divieto di pubblicizzare beni o servizi

6Falsità in un documento informatico pubblico o avente efficacia probatoria (art. 491-bis c.p.)

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615-ter c.p.)

Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici (art. 615-quater c.p.)

Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico (art. 615-quinquies c.p.)

Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617-quater c.p.)

Installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617-quinquies c.p.)

Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici (art. 635-bis c.p.)

Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità (art. 635-ter c.p.)

Danneggiamento di sistemi informatici o telematici (art. 635-quater c.p.)

Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità (art. 635-quinquies c.p.)

Frode informatica del certificatore di firma elettronica (art. 640-quinquies c.p.)

7 Se le misure adottate non sono idonee ad evitare il danno, il Titolare può essere coinvolto comunque sotto un profilo di responsabilità civile, anche se non ci sono gli estremi per la responsabilità penale prevista dalla legge. Le misure minime di sicurezza sono tipizzate dal legislatore mentre quelle idonee no, in quanto devono essere scelte dal buon Titolare sulla base della natura dei dati, delle caratteristiche del trattamento e dallo stato dell’arte e della tecnica. Le misure idonee, nel caso non siano soddisfatte, non comportano sanzioni né di carattere penale né amministrativo, ma sottopongono l’azienda al rischio di azione per il risarcimento del danno in caso di danni a terzi a causa della loro mancata applicazione.

GPS E RAPPORTO DI LAVORO: I CHIARIMENTI DELL’ISPETTORATO NAZIONALE DEL LAVORO

GPS E RAPPORTO DI LAVORO: I CHIARIMENTI DELL’ISPETTORATO NAZIONALE DEL LAVORO

La riformulazione dell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori in materia di controlli a distanza dell’attività lavorativa ha realizzato un distinguo tra controlli effettuati, da un lato tramite impianti di videosorveglianza e altri strumenti di lavoro e dall’altro tramite strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e di registrazione degli accessi e delle presenze. Il nuovo art. 4 prevede che l’imprenditore per poter utilizzare i primi debba ricorrere all’accordo sindacale o all’autorizzazione delle Direzioni Territoriali del Lavoro – di seguito D.T.L.), mentre per i secondi tali provvedimenti autorizzativi non sono necessari. In entrambi i casi, è obbligatorio fornire ai lavoratori adeguata informativa ai sensi della legge sulla Privacy (D.lgs. 196/03), in assenza della quale le prove raccolte sono inutilizzabili.

La questione è rimasta aperta con riguardo all’utilizzo del sistema G.P.S.1, ovvero se si ritenga o meno uno strumento utilizzato dal lavoratore per fornire la propria prestazione lavorativa, con tutto ciò che ne consegue in termini di richieste di autorizzazioni agli organi competenti. A tal fine, l’8 novembre 2016, l’Ispettorato nazionale del lavoro2 ha pubblicato una nota contenente indicazioni operative sull’ utilizzazione di impianti GPS ai sensi dell’art. 4, commi 1 e 2, L. n. 300/1970.

L’Ispettorato ha chiarito come in via generale il GPS è considerato un elemento aggiunto agli strumenti di lavoro, in quanto il sistema di localizzazione ha finalità ulteriori rispetto alla prestazione lavorativa (ovvero assicurative, organizzative, produttive o per garantire la sicurezza del lavoro). E’ evidente come in questi casi, non costituendo il GPS un mezzo indispensabile per fornire la prestazione, si applicano le previsioni del comma 1 del citato articolo 4, ovvero è necessario l’accordo con le sigle sindacali o l’autorizzazione della D.T.L.

Tuttavia, in alcune circostanze particolari, il GPS può essere considerato quale strumento necessario a rendere la prestazione lavorativa; in tal caso è necessario solamente fornire l’informativa ai dipendenti. Tale circostanza si verifica qualora il sistema di geolocalizzazione consenta la concreta ed effettiva attuazione della prestazione lavorativa, la quale non possa essere resa senza l’utilizzo del GPS, oppure nel caso in cui tale utilizzo sia richiesto da specifiche normative.

La Corte di Cassazione si è espressa in questo senso con la sentenza n° 19922 del 5 ottobre 2016 dichiarando illegittimo il licenziamento di un lavoratore avvenuto a seguito di un controllo effettuato dal datore di lavoro tramite il GPS installato sull’auto aziendale. Nel caso di specie si trattava di una agenzia di sorveglianza privata la quale aveva riscontrato, tramite i dati rilevati dal GPS, che il proprio dipendente, nonostante dichiarasse di aver effettuato tutti i giri di controllo previsti, in realtà si trovava altrove.

Nel caso in esame l’azienda aveva stipulato anni prima con i sindacati un accordo per l’utilizzo dei GPS sulle vetture aziendali, il quale però ne escludeva l’uso per finalità collegate al rapporto di lavoro, quali appunto il licenziamento ed i provvedimenti disciplinari.

La Suprema Corte ha ritenuto che il controllo effettuato dalla società di sorveglianza fosse configurato come un meccanismo generalizzato ed effettuato ex ante, pertanto non inquadrabile nella categoria dei controlli “difensivi”. Si ricordi che qualora il controllo sull’attività lavorativa sia effettuato a seguito di fondati sospetti di comportamenti illeciti da parte del lavoratore, questi vengono classificati quali “controlli difensivi” e sono ritenuti utilizzabili ai fini probatori (cfr. mio articolo pubblicato sul sito web www.dvlegal.it in data 23/08/2016).

Ed è per le considerazioni sopra esposte che si può ben sintetizzare come la nuova formulazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, anche alla luce degli orientamenti giurisprudenziali, non rappresenta una sorta di liberalizzazione dei controlli a distanza bensì un chiarimento circa le modalità di uso degli strumenti impiegati ai fini del rapporto di lavoro, oltre a definire i limiti alla utilizzabilità dei dati così raccolti. Ne deriva che, il datore di lavoro è si autorizzato ad eseguire i controlli a distanza ed a utilizzare i dati anche con finalità disciplinari, ma dovrà sempre riconoscere al lavoratore tutte le tutele previste dalla normativa privacy.

1 Il Sistema di Posizionamento Globale è un sistema di posizionamento e navigazione satellitare civile che, attraverso una rete dedicata di satelliti artificiali in orbita, fornisce ad un terminale mobile o ricevitore GPS informazioni sulle sue coordinate geografiche ed orario, in ogni condizione meteorologica, ovunque sulla Terra o nelle sue immediate vicinanze ove vi sia un contatto privo di ostacoli con almeno quattro satelliti del sistema. La localizzazione avviene tramite la trasmissione di un segnale radio da parte di ciascun satellite e l’elaborazione dei segnali ricevuti da parte del ricevitore (fonte: www.wikipedia.com)

2 Per ulteriori informazioni sul nuovo Ispettorato nazionale del Lavoro Link http://www.lavoro.gov.it/stampa-e-media/Comunicati/Pagine/Al-via-attivita-Ispettorato-nazionale-del-lavoro.aspx

Nuovo Regolamento sulla Protezione dei Dati Personali

Nuovo Regolamento sulla Protezione dei Dati Personali

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il nuovo Regolamento sulla Protezione dei Dati Personali

Il 4 Maggio 2016, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (L 119)  il nuovo Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati). Trascorsi venti giorni dalla pubblicazione, il Regolamento andrà formalmente in vigore e  troverà piena attuazione a partire dal 25 Maggio 2018. Nel corso dei due anni dalla pubblicazione, tutti gli Stati Membri dovranno recepire a pieno le novità sulla privacy apportate dalla normativa, sostituendo o armonizzando l’attuale quadro giuridico, nonostante restino applicabili Linee Guida, Provvedimenti e altri interventi regolatori che non contrastano con la nuova normativa comunitaria.

Lo stesso giorno sono state  pubblicate  in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea altre due direttive, di seguito indicate:

  • la Direttiva (UE) 2016/680 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativa alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la decisione quadro 2008/977/GAI del Consiglio; gli Stati membri dovranno adottare e pubblicare, entro il 6 maggio 2018, le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva;
  • la Direttiva (UE) 2016/681 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, sull’uso dei dati del codice di prenotazione (PNR) a fini di prevenzione, accertamento, indagine e azione penale nei confronti dei reati di terrorismo e dei reati gravi; gli Stati membri dovranno mettere in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro il 25 maggio 2018.

Per saperne di più cliccate qui

Fonti normative, organi e sanzioni che regolano la privacy

Fonti normative, organi e sanzioni che regolano la privacy

Da quali Fonti Normative deriva la TUTELA DELLA RISERVATEZZA degli INDIVIDUI (PRIVACY)?

In via prevalente, la Privacy è disciplinata da:

  • Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea
  • Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016 operativo a partire dal 25 maggio 2018 e direttive europee (95/46/CE e 2002/58/CE);
  • Codice in materia di protezione dei dati personali:

Decreto Legislativo  30 giugno 2003 n. 196

  • Decreti Legislativi, in particolare:

Decreto-Legge 22 giugno 2012, n. 83 convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134 Art. 24-bis  Misure a sostegno della tutela dei dati personali, della sicurezza nazionale, della concorrenza e dell’occupazione nelle attività svolte da call center- 

Decreto legislativo   28 maggio 2012 , n. 69
Modifiche al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, recante codice in materia di protezione dei dati personali in attuazione delle direttive 2009/136/CE, in materia di trattamento dei dati personali e tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche, e 2009/140/CE in materia di reti e servizi di comunicazione elettronica e del regolamento (CE) n. 2006/2004 sulla cooperazione tra le autorita’ nazionali responsabili dell’esecuzione della normativa a tutela dei consumatori.

Decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5
Recante disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo,
convertito con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35

Decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 178
Regolamento recante istituzione e gestione del registro pubblico degli abbonati che si oppongono all’utilizzo del proprio numero telefonico per vendite o promozioni commerciali.

Decreto Legislativo 30 maggio 2008, n. 109
Attuazione della direttiva 2006/24/CE riguardante la conservazione dei dati generati o trattati nell’ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione e che modifica la direttiva 2002/58/CE

  • Linee Guida / Provvedimenti del Garante ;
  • Autorizzazioni Generali del Garante.

Il Garante per la protezione dei dati personali è un’autorità amministrativa indipendente istituita dalla cosiddetta legge sulla privacy (legge 31 dicembre 1996, n. 675) – che ha attuato nell’ordinamento giuridico italiano la direttiva comunitaria 95/46/CE – e oggi disciplinata dal Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lg. 30 giugno 2003 n. 196).

Il Garante è un organo collegiale formato da quattro membri, eletti due dalla Camera dei Deputati e due dal Senato della Repubblica con voto limitato, scelti tra persone che assicurino indipendenza ed  esperti riconosciuti nelle materie del diritto o dell’informatica. La durata in carica è di sette anni ed il mandato non è rinnovabile.

I poteri del Garante

I compiti assegnati al Garante sono puntualmente individuati dall’art. 154 del D.lgs. 196/2003, tra cui i più rilevanti possono essere riepilogati in funzioni di:

  1. Controllo sul rispetto della disciplina privacy
  2. Risoluzione di casi specifici
  3. Emanazione di atti autoritativi
  4. Educazione alla privacy
  5. Irrogazione di sanzioni amministrative
  6. Consulenza al Parlamento e Governo
  7. Relazione al Parlamento e Governo

Inoltre, il Garante partecipa alle attività comunitarie ed internazionale di settore e fa parte del Gruppo art. 29 – organismo europeo consultivo formato dalle Autorità di protezione dei dati personali di ciascuno stato membro, dal Garante Europeo e da un rappresentante della Commissione –  e delle Autorità comuni di controllo previste dalle convenzioni internazionali.

Ruolo di primaria importanza ricoperto dal Garante è quello di tutore del diritto alla protezione dei dati in sede amministrativa; gli interessati possono alternativamente rivolgersi all’Autorità giudiziaria ordinaria o all’Autorità Garante.

La protezione dei dati personali

Come ci si rivolge al Garante per esercitare la tutela dei propri dati personali?

Essenzialmente, attraverso:

  • il reclamo, vale a dire un atto circostanziato per rappresentare una violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali;
  • la segnalazione, qualora non sia possibile presentare un reclamo al fine di sollecitare un controllo da parte del Garante;
  • il ricorso, qualora si voglia far valere lo specifico diritto di accesso ai dati personali. Si tratta di uno strumento alternativo all’esercizio dei medesimi diritti di fronte all’autorità giudiziaria

L’art. 150 del Codice Privacy prevede che, qualora la peculiarità del caso lo preveda, il Garante può disporre in via provvisoria il blocco in tutto o in parte di taluno dei dati, ovvero l’immediata sospensione di una o più operazioni del trattamento.

Il Garante, qualora ritenga fondato il ricorso, ordina al titolare, con decisione motivata di cessare dal comportamento illegittimo contestualmente indicando le misure necessarie per la tutela dei diritti dell’interessato, altresì indica un termine per la loro adozione.

Avverso i provvedimenti del Garante ed avverso il rigetto tacito, decorsi quindi 60 giorni dalla data di presentazione del ricorso, è esperibile ricorso all’Autorità giudiziaria ordinaria.

Diritto di accedere ai propri dati personali

E’ riconosciuto agli interessati il diritto di richiedere ad un soggetto, sia esso persona fisica o giuridica, di fornire informazioni sul trattamento dei propri dati personali, nonché ottenere tutte le informazioni personali detenute dal titolare del trattamento.

E’ quindi possibile richiedere l’origine dei dati personali trattati, le finalità e le modalità del trattamento, se i dati sono stati trattati con strumenti elettronici e quale sia la logica applicata a tale trattamento, gli estremi identificativi di chi tratta i dati ed infine i soggetti/categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati, o che posso venirne a conoscenza in qualità di rappresentante designato nel territorio dello Stato, di responsabili o incaricati.

Diritto all’aggiornamento, alla rettificazione o alla cancellazione dei dati personali

E’ possibile richiedere a chi sta trattando i propri dati personali che questi vengano aggiornati, rettificati o integrati, nonché che i dati siano bloccati, cancellati o trasformati in forma anonima nei casi in cui il trattamento non venga effettuato secondo le regole stabilite dalla legge o non sia più necessaria la loro conservazione.

Diritto di opposizione

E’ sempre possibile opporsi al trattamento dei propri dati personali per motivi legittimi o quando i dati sono trattati per finalità commerciali o di marketing.

Il sistema sanzionatorio

Il sistema sanzionatorio distingue tra violazioni amministrative ed illeciti penali.

Le sanzioni amministrative puniscono la violazione delle norme procedurali o di condotte che ostacolano l’attività del Garante. In particolare sono punite:

  • L’omessa o inidonea informativa – art. 161 d.lgs. 196/2003 –
  • La cessione di dati, in occasione della cessazione del trattamento, fatta ad altro Titolare che destina i dati ad un trattamento con finalità non compatibili con gli scopi per cui sono stati raccolti – art. 162 c.1 d.lgs. 196/2003-
  • La comunicazione all’interessato di suoi dati inerenti la stato di salute e la vita sessuale non per il mezzo del medico designato dall’interessato o dal titolare – art. 162 c. 2 d.lgs. 196/2003-
  • La violazione delle misure minime di sicurezza o delle disposizioni dell’art 167 “Trattamento illecito dei dati” – art. 162 c. 2-bis d.lgs. 196/2003-
  • Il mancato rispetto delle misure necessarie o dei divieti previsti dal Garante ai sensi dell’art. 154 c. 1 lett. C) ed E) – art 162 c. 2-ter d.lgs. 196/2003 –
  • La violazione del diritto di opposizione nelle forme previste dall’art. 130 c. 3-bis – art.162 c. 2-quater d.lgs. 196/2003-
  • L’omessa o incompleta notificazione – art. 163 d.lgs. 196/2003 –
  • L’omessa informazione o esibizione al Garante – art. 164 d.lgs. 196/2003 –

Le sanzioni penali riguardano in primis il Titolare del trattamento ed in alcuni casi anche gli incaricati. Le fattispecie punibili riguardano:

  • Il trattamento illecito dei dati – art. 167 d.lgs. 196/2003 –
  • Falsità nelle dichiarazioni e notificazioni al Garante – art. 168 d.lgs. 196/2003 –
  • L’omissione dell’adozione delle misure minime di sicurezza – art. 169 d.lgs. 196/2003-
  • L’inosservanza di provvedimenti del Garante – art. 170 d.lgs. 196/2003 –
  • La violazione del divieto per il datore di lavoro, di effettuare indagini sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché la violazione del nuovo art. 4, commi 1 e 2 dello Statuto dei Lavoratori.