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LA “PRIVACY” NEL PROCESSO PENALE: UTILIZZABILITA’ DI PROVE RACCOLTE CON L’UTILIZZO DI VIRUS INFORMATICI

LA “PRIVACY” NEL PROCESSO PENALE: UTILIZZABILITA’ DI PROVE RACCOLTE CON L’UTILIZZO DI VIRUS INFORMATICI

L’individuazione di un perimetro entro il quale considerare lecita l’intromissione, per esigenze investigative, nella riservatezza del singolo è impresa che, soprattutto negli ultimi anni, sta interessando gli addetti ai lavori.

Si moltiplicano, difatti, i casi in cui, al fine di reperire prove utili, si ricorre all’utilizzo di strumenti informatici in grado di ascoltare in maniera occulta le conversazioni private o leggere la corrispondenza altrui.

Fino a dove può spingersi la necessità di reperire prove in un processo penale? Quale è il limite all’ingerenza altrui nella sfera della propria riservatezza?

I virus informatici, chiamati in gergo “trojan horse”, sono sicuramente tra gli strumenti più invasivi e più utilizzati da chi intende recuperare prove da spendere nel processo, in tempi brevi e in modo semplice.

L’installazione del programma sul dispositivo dell’utente ignaro può avvenire con due modalità: o nel momento in cui il soggetto installa un programma, questo contiene in realtà un codice segreto in grado di creare una connessione occulta sul dispositivo in cui è installato, oppure il collegamento viene realizzato intervenendo fisicamente a livello hardware sul dispositivo.

Tali captatori informatici sono software che, installati da remoto all’interno di un sistema informatico, consentono di prenderne il controllo, permettendo sia il download di dati e sia la registrazione di dialoghi tra presenti.

La Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata a Sezioni Unite lo scorso 28 aprile con la sentenza n. 26889, riconoscendo l’utilizzabilità delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni tra presenti eseguite mediante l’installazione di captatore informatico in dispositivi elettronici, nei processi per reati di criminalità organizzata, mafia e terrorismo.

I giudici di legittimità hanno effettuato un difficile bilanciamento tra le esigenze investigative e la tutela del diritto alla riservatezza.

La “privacy” dell’intercettato risulta fortemente minata, in quanto i captatori informatici registrano di continuo ed in ogni luogo si trovi il dispositivo (in contrasto con il divieto, ex art. 266 comma 2 c.p.p., di intercettazione nei luoghi di privata dimora); è evidente che, uno dei nodi principali, riguarda la mancanza della possibilità, per il giudice che autorizza l’utilizzazione del captatore informatico, di predeterminare i luoghi di privata dimora nei quali non possono essere effettuate le registrazioni.

Di fronte a tale scenario la Suprema Corte ha risolto il quesito dell’utilizzabilità dei virus trojan aprendo due diverse strade, una relativa ai delitti di criminalità organizzata ed una per tutti gli altri tipi di delitti. I giudici hanno, difatti, ritenuto che la peculiarità dei primi tipi di delitti consenta di superare la tutela della riservatezza nel domicilio, in quanto, nella normativa speciale che li regolamenta (legge 203 del1991) è prevista la possibilità di effettuare intercettazioni ambientali nei luoghi di privata dimora, anche qualora non vi sia motivo di ritenere che nei predetti si stia svolgendo attività criminosa.

Tale decisione è stata puntualmente seguita da un’ordinanza del Tribunale di Modena, emessa il 28 settembre scorso1. In questo caso la materia del contendere riguardava l’acquisizione della casella postale di un dipendente pubblico sospettato di corruzione. Il PM aveva firmato il decreto di acquisizione della casella di posta tramite l’utilizzo di un virus trojan, gli operanti non si sono limitati ad estrarre solamente i soggetti e gli orari delle conversazioni, come previsto dall’art. 132 del D.lgs 196/03 “Codice Privacy”, ma hanno intercettato altresì il contenuto delle predette.

Il giudice, anche alla luce della recente sentenza delle Sezioni Unite, ha ritenuto illegittima l’acquisizione in quanto, non ricadendo nell’ambito dei reati di criminalità organizzata, le operazioni compiute dagli operanti hanno configurato violazione della riservatezza della corrispondenza del dipendente.

E’ evidente che, al momento, è necessario che il legislatore intervenga in maniera chiara ed incisiva in materia, tratteggiando il perimetro entro il quale l’acquisizione di prove non violi le norme a tutela della riservatezza. La questione della utilizzabilità degli strumenti investigativi atipici in sede giudiziaria, impatta sui diritti costituzionalmente tutelati, in virtù del gran numero di informazioni potenzialmente conoscibili attraverso tali captatori.

Fino a quando non vi saranno norme specifiche in materia, non resta che individuare, in relazione ad ogni fattispecie, l’interesse protetto dalla norma violata ed il grado di lesione che l’acquisizione atipica comporta, facendo prevalere di volta in volta il diritto di rango più alto.

1 Fonte “il Sole 24 Ore”

Le intercettazioni e le registrazioni audio-video di conversazioni: differenze ed utilizzabilità in giudizio

Le intercettazioni e le registrazioni audio-video di conversazioni: differenze ed utilizzabilità in giudizio

 

Sempre più di frequente, al fine di difendersi in giudizio, si ricorre all’utilizzo di dispositivi tecnologici per registrare conversazioni a cui si partecipa. La domanda dunque sorge spontanea: si possono utilizzare nel processo le prove così ottenute?

La sentenza della Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione del 10 giugno 2016 n. 24288, muovendo dal dispositivo delle Sezioni Unite n. 36747/2013, conferma un orientamento ormai consolidato degli Ermellini, sostenendo la spendibilità in sede giudiziaria della registrazione di una conversazione effettuata da uno dei presenti.

Nel bilanciamento tra la tutela della privacy dei partecipanti alla conversazione e la di tutela di un diritto, è quest’ultima a prevalere, ovviamente al verificarsi di determinate condizioni.

Prima di ogni altra argomentazione, è utile distinguere tra intercettazioni e registrazioni. Come noto, le intercettazioni di conversazioni tra presenti sono utilizzabili solo se autorizzate da decreto motivato del giudice per le indagini preliminari. Mentre le registrazioni, cui ci stiamo riferendo, sono esclusivamente quelle effettuate da un privato di sua iniziativa. Inoltre, una delle caratteristiche principali delle intercettazioni è l’essere effettuate da soggetti estranei alla conversazione; al contrario, la registrazione tra presenti è effettuata da uno dei soggetti che vi partecipa attivamente.

Non sono quindi paragonabili ad intercettazioni le registrazioni di conversazioni realizzate da uno dei partecipanti al dialogo, considerato che difetta, in tale circostanza, l’occulta percezione del contenuto discorsivo da parte di soggetti terzi, concretizzandosi, semplicemente, la memorizzazione fonica di notizie facoltativamente fornite e lecitamente apprese, con l’effetto che le registrazioni su nastro magnetico possono essere legittimamente acquisite durante il processo quali prove documentali.

La legittimità della registrazione sta proprio nell’essere parte attiva della conversazione registrata; difatti “chi dialoga accetta il rischio che la conversazione sia registrata”1. In altri termini, partecipando ad un dialogo con un’altra persona, si è consapevoli della possibilità che questo venga documentato tramite registrazione. Tale attività, per la giurisprudenza, altro non è che la memorizzazione fonica di un fatto di cui si è stati parte e come tale, considerata prova documentale spendibile in sede giudiziaria ai sensi dell’art. 234 c.p.p., oltreché in sede civile.

Diverso è il caso in cui la registrazione, pur eseguita da un privato durante una conversazione, avvenga su indicazione delle forze dell’ordine ed avvalendosi degli strumenti messi a disposizione dalla polizia giudiziaria stessa.

In tale circostanza, sottolinea la Cassazione, “si è ritenuta, invece, l’inutilizzabilità di registrazioni di conversazioni effettuate, in assenza di autorizzazione del giudice, da uno degli interlocutori dotato di strumenti di captazione predisposti dalla polizia giudiziaria”2. La ratio della citata sentenza sta nella necessità di ricorrere esclusivamente a strumenti tipici previsti dalla legge per comprimere un bene garantito dalla Costituzione, vale a dire la segretezza delle comunicazioni. Quindi, un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, rappresentando quella tutela minima, sanerebbe l’inutilizzabilità della prova, rendendone di conseguenza lecita l’acquisizione al processo3.

Altro caso è rappresentato dalla circostanza in cui la registrazione della conversazione venga effettata da un soggetto che vi partecipi per un breve arco temporale4. In altre parole, se la persona che sta registrando si allontana e continua a lasciare attiva la registrazione, ciò che è avvenuto durante la sua assenza non sarà utilizzabile, in quanto non lecitamente captato. In questa circostanza dunque, le prove così acquisite saranno considerate inutilizzabili in quanto ottenute tramite interferenza illecita nella vita privata, punita a norma dell’art. 615 c.p.5, con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Una volta stabilito che la registrazione, effettuata con le modalità su indicate, non integri la fattispecie di trattamento illecito di dati, occorrerà chiedersi se vi siano limiti alla sua diffusione.

La diffusione delle registrazioni è lecita unicamente qualora vi sia il consenso dell’interessato o si agisca per tutelare un diritto, ad esempio nel caso in cui si faccia ascoltare al proprio avvocato o alle forze dell’ordine al fine di sporgere denuncia. La registrazione può essere utilizzata non solo per difendere un proprio diritto, ma anche quello di un terzo; sarà il giudice ad acquisirla quale prova documentale ed a valutarne l’attendibilità.

Con l’auspicio di aver contribuito a sintetizzare una tematica complessa e continuamente all’attenzione della giurisprudenza, diamo appuntamento ad un prossimo contributo per l’approfondimento della fattispecie di reato di cui all’art. 615-bis c.p., in particolare connessa ai reati aziendali.

Per saperne di più leggete questo interessantissimo articolo.

5 A condizione che la registrazione avvenga nei luoghi indicati dall’art. 614 cp, vale a dire nell’abitazione o in altro luogo privato di dimora.