La videosorveglianza e la privacy dopo il Jobs Act

La videosorveglianza e la privacy dopo il Jobs Act

Come regolarizzare l’installazione e l’impiego illecito di impianti audiovisivi accertati nel corso di ispezioni.

Moltissimo è stato scritto in tema di videosorveglianza all’indomani della riforma del famigerato art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, strettamente connesso alle disposizioni dettate dal Codice della Privacy per le implicazioni sul rispetto di principi fondamentali della dignità e della libertà individuale dei lavoratori in ipotesi di trattamento dei dati personali ad essi riconducibili (immagini).

Ma al di là delle apparenti “formali” differenze nel testo del citato art. 4 rispetto al previgente (ante 25 settembre 2015), ciò che più interessa di questa riforma è l’eliminazione del divieto assoluto di installare apparecchi audiovisivi all’interno degli ambienti di lavoro, in presenza di lavoratori, oltre che l’aver sancito, per norma, la possibilità di installare videocamere per finalità di difesa del patrimonio dell’azienda, utilizzando le immagini in tutte le fasi del rapporto di lavoro – anche di carattere disciplinare.

Naturalmente, stante esigenze di tutela della riservatezza dei dati personali dei lavoratori, la norma, oltre a dettare quale presupposto legittimante l’installazione, l’accordo sindacale o, in mancanza, l’autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro competente per territorio (non mi dilungo su quest’aspetto), prescrive lo stretto rispetto della normativa privacy, oggetto di adeguata informazione, allorquando occorrerà utilizzare i dati raccolti mediante l’utilizzo degli impianti audiovisivi o di altri strumenti per fini connessi al rapporto di lavoro.

Dunque, due ordini di “paletti” normativi fissati dalla nuova formulazione del già citato articolo 4: al 1° comma, in continuità con la norma ante Jobs act – ad eccezione di quanto sopra precisato – e l’altro, invece, al 3° comma, totalmente nuovo rispetto al vecchio testo e che qui si riporta: “ Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.”.

In altri termini, il Legislatore, mutuando da orientamenti giurisprudenziali della Suprema Corte di Cassazione e da Provvedimenti del Garante della Privacy, ha sintetizzato in un’unica norma di precetto la disciplina dell’utilizzo di sistemi audiovisivi, e la sanzione implicita, quale conseguenza della mancata osservanza del precetto stesso.

Ma quali sono le ulteriori conseguenze nel caso di violazione alla disciplina contenuta nell’art. 4 citato, oltre a quanto “implicitamente” previsto e sopra riportato?

In virtù di consolidato orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione e dei Provvedimenti dell’Autorità Garante della Privacy, è ormai chiarita l’illegittimità dell’installazione di impianti di videosorveglianza senza che sia intervenuto, preventivamente, l’accordo con le rappresentanze sindacali o, in mancanza, dell’autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro.

Dunque, come chiaramente espresso dalla Cassazione in una delle note sentenze in materia, “l’idoneità degli impianti a ledere il bene giuridico protetto, cioè il diritto alla riservatezza dei lavoratori, emerge ictu oculi dalla lettura del testo normativo – idoneità che peraltro è sufficiente anche se l’impianto non è messo in funzione, poiché, configurandosi come un reato di pericolo, la norma sanziona a priori l’installazione, prescindendo dal suo utilizzo o meno”. Né vale ad evitare la responsabilità penale il consenso, ancorché unanime, dei lavoratori all’installazione delle telecamere nei luoghi di lavoro; addirittura, si è chiamati a rispondere a titolo di reato anche nel caso di telecamere “finte” montate solo per dissuadere il malintenzionato che vuole arrecare un danno.

Di recente, anche il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, conformemente a quanto sinora riportato, con Circolare datata 1° Giugno u.s. si è pronunciato sia sul tenore letterale del più volte citato art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, sia sui modi e tempi di ottenimento o richiesta dell’accordo sindacale o dell’autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro, ponendo in evidenza anche gli effetti della “prescrizione” ( o anche, in gergo comune, diffida ) che il personale ispettivo impartisce al rappresentante legale dell’azienda contravventore, nel corso di ispezioni e all’esito di verifiche dalle quali scaturisce l’installazione e l’utilizzo illegittimo di impianti audiovisivi.

Proprio in base al combinato disposto di cui all’art. 171 del Codice della Privacy che, per gli effetti sanzionatori, rinvia all’art. 38 dello Statuto dei Lavoratori e dell’art. 20 del D.lgs. 758/1994, si evince che, salvo non venga configurato un reato più grave, la sanzione dell’ammenda da Euro 154 a Euro 1.549 o dell’arresto da 15 giorni ad un anno può essere “sanata” adempiendo alla “prescrizione” di cui sopra.

In particolare, il citato art. 20, nello statuire la possibilità di eliminazione della contravvenzione accertata in virtù di apposita prescrizione impartita dal personale ispettivo in veste di Polizia Giudiziaria, definisce anche un limite massimo di sei mesi, non prorogabile per più di una volta per poter adempiere e comunque in presenza di una “particolare complessità o per l’oggettiva difficoltà, dell’adempimento”.

Se poi specifiche circostanze non imputabili al contravventore determinano un’ulteriore ritardo nella regolarizzazione, il termine di sei mesi può essere prorogato per ulteriori sei mesi a richiesta del contravventore medesimo, con provvedimento motivato che dovrà essere immediatamente comunicato al pubblico ministero.

Dunque, se da un lato la prescrizione detta le attività che il contravventore dovrà porre in essere per regolarizzare l’illecito accertato (smantellamento del sistema di videosorveglianza installato ante accordo sindacale o richiesta di autorizzazione alla Direzione Territoriale del Lavoro e contestuale proposta di accordo o autorizzazione ai sensi dell’art. 4 cit.) nei tempi indicati nella prescrizione medesima e tenendo fede a quanto indicato nell’alinea che precede, dall’altro lato resta l’obbligo del personale ispettivo, in veste di Polizia Giudiziaria, di riferire al pubblico ministero la notizia di reato secondo le previsioni del codice di procedura penale; il procedimento viene sospeso dal momento dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato e fino al verificarsi di una delle cause di estinzione o di riavvio del procedimento medesimo (adempimento o inadempimento alla diffida).

Ciò detto, vediamo più nel dettaglio come si sviluppa la fase processuale penale e quella amministrativa a seguito dell’accertata violazione e dei termini di regolarizzazione della prescrizione.

Se il contravventore adempie alla prescrizione nei termini fissati dall’organo di vigilanza che la emette, nei successivi trenta giorni, il contravventore medesimo verrà ammesso a pagare, in via amministrativa, una sanzione pecuniaria pari a un quarto del massimo dell’ammenda stabilita di Euro 387,00 (trecento ottantasette), con successiva comunicazione al pubblico ministero del pagamento della sanzione e dell’adempimento di quanto prescritto, sempre a cura dello stesso organo di vigilanza. Ovviamente, tali circostanze, testè indicate, produrranno l’estinzione del reato con richiesta di archiviazione del procedimento a cura del pubblico ministero procedente.

Qualora il pubblico ministero acquisisca la notizia di reato di propria iniziativa o la riceva da privati, ovvero da altri pubblici ufficiali diversi dall’organo di vigilanza preposto per legge a tali tipologie di controllo, informa immediatamente l’organo di vigilanza per l’eventuale emissione della già citata prescrizione e al fine di eliminare la contravvenzione. Naturalmente, ed è questo il caso più delicato, se l’organo di vigilanza non assume alcuna iniziativa ovvero omette di informare il pubblico ministero circa le proprie determinazioni, il procedimento riprende il suo corso, fino a conclusione delle indagini preliminari e con l’avvio delle ulteriori fasi processuali.

È del tutto evidente che, qualora intervenga la sigla dell’accordo sindacale oppure l’autorizzazione della Direzione Territoriale competente nell’arco del periodo di tempo fissato dall’organo di vigilanza utile ad eliminare la contravvenzione, il contravventore sarà ammesso a pagare la sanzione amministrativa di Euro 387 nel termine di trenta giorni e il procedimento verrà archiviato per intervenuta estinzione dell’illecito penale.

E allora avviamoci alle conclusioni.

Se è vero che ( “salvo che il fatto non costituisca reato più grave” ) l’illecito penale generato dalla violazione del precetto di cui all’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori è sanzionato con una pena assolutamente blanda e di semplice “gestione” processuale, ciò che invece gli addetti ai lavori più attenti non sottovalutano sono le ulteriori conseguenze civilistiche per il risarcimento del danno richiesto dal soggetto nei cui confronti è stato posto in essere un trattamento illecito dei dati, atteso che tale trattamento è configurabile quale “attività pericolosa” e dunque annoverabile tra i fatti giuridici potenzialmente idonei a produrre un risarcimento (art. 2050 c.c.).

Da ultimo si evidenziano le implicazioni – in termini di risonanza anche mediatica – connesse alla pubblicazione della sentenza di condanna, nei casi più gravi, da parte del giudice, secondo le modalità e tempistiche definite nel codice penale.

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